I requisiti di etichettatura dei cosmetici sono le informazioni obbligatorie, le regole di formato, le prescrizioni sulla lingua e i criteri di collocazione che ogni ordinamento impone ai prodotti cosmetici venduti sul proprio mercato.
La stessa superficie la leggono in due: il consumatore e l’autorità.
L’etichetta di un cosmetico è un documento regolatorio che sembra marketing, prima ancora che un oggetto di design.
UE, USA e Gran Bretagna impongono obblighi diversi, e un’etichetta a norma in un mercato quasi mai lo è anche in un altro senza modifiche.
Dopo 30 anni nel settore hair and beauty, più di recente nella cosmetica in private label, l’etichetta resta il punto in cui chi lancia un prodotto sottovaluta più spesso la complessità.
Tutti pensano che se ne occupi il grafico. Il grafico si occupa dell’estetica: i contenuti obbligatori arrivano da chi segue la conformità, e la fattibilità in stampa arriva da chi segue confezionamento e stampa.
Avvertenza: non sono un avvocato né un consulente regolatorio. Quello che leggi è il punto di vista pratico di chi lavora nel settore, non un parere legale. Per ogni mercato appoggiati a un consulente regolatorio qualificato.
Questa guida mette a confronto gli elementi obbligatori nei tre mercati, i simboli e il PAO, la lingua insieme ai vincoli di stampa, l’etichetta come superficie di marca e una checklist da fare prima di andare in stampa.
Quali informazioni sono obbligatorie in UE, USA e Gran Bretagna?
Ogni mercato cosmetico impone un suo elenco di informazioni obbligatorie in etichetta.
Le sovrapposizioni sono tante, ma sono le differenze a pesare sul lavoro di tutti i giorni.
Gli elementi obbligatori a confronto
Nove elementi ricorrono in tutti e tre i mercati, con differenze nei dettagli.
Nome o identità del prodotto. Negli USA il 21 CFR 701.11 chiede l’identity statement sul Principal Display Panel (PDP). In UE il quadro è diverso: l’elenco chiuso delle indicazioni obbligatorie dell’articolo 19, paragrafo 1, del Regolamento (CE) n. 1223/2009 non contiene né il nome del prodotto né una dichiarazione di identità. Quello che chiede l’articolo 19, paragrafo 1, lettera f), è la funzione del prodotto cosmetico, salvo se risulta dalla sua presentazione, e la Gran Bretagna eredita la stessa impostazione con l’articolo 19 dell’UKCR. Il nome del prodotto è una necessità commerciale, non un obbligo di etichettatura europeo.
Funzione o categoria di prodotto. Obbligatoria quando la funzione non si capisce dalla presentazione (articolo 19, UE e Regno Unito). Gli USA non chiedono una dichiarazione di funzione esplicita, ma l’identity statement deve far capire la categoria.
Quantità del contenuto. Obbligatoria in tutti e tre i mercati, con esenzioni e con differenze di collocazione e di formato. UE e Regno Unito: contenuto nominale al momento del confezionamento, espresso in peso o in volume, fatta eccezione per gli imballaggi con un contenuto inferiore a 5 g o a 5 ml, i campioni gratuiti e le monodosi. Quando un imballaggio preconfezionato viene solitamente commercializzato per insieme di pezzi e l’indicazione del peso o del volume non ha alcun rilievo, al suo posto sull’imballaggio si menziona il numero di pezzi, e anche quel numero può mancare se è facile da determinare dall’esterno o se il prodotto viene solitamente commercializzato solo ad unità. USA: quantità netta nel 30 per cento inferiore del PDP.
Elenco degli ingredienti. Obbligatorio in tutti e tre i mercati, ma in formati diversi. UE e Regno Unito: la denominazione comune degli ingredienti contenuta nel glossario che la Commissione compila a norma dell’articolo 33, che tiene conto dell’INCI, e un termine contenuto in una nomenclatura generalmente riconosciuta quando la denominazione comune non esiste; elenco preceduto dalla parola "Ingredients", in ordine decrescente di peso al momento dell’incorporazione nel prodotto, con gli ingredienti presenti in concentrazioni inferiori all’1 per cento che possono stare in ordine sparso dopo quelli presenti in concentrazioni superiori all’1 per cento. I coloranti diversi da quelli destinati a colorare le zone pilifere possono essere indicati in ordine sparso dopo gli altri ingredienti, con la nomenclatura CI dove si applica, e una linea da trucco venduta in varie sfumature di colore può elencare insieme tutti i coloranti della gamma diversi da quelli per le zone pilifere, aggiungendo le parole "può contenere" o il simbolo "+/-". USA: nome comune o usuale, che nella pratica vuol dire INCI, ordine decrescente di predominanza, ma senza l’obbligo della parola "Ingredients" in testa all’elenco.
Nome e indirizzo della persona responsabile o dell’impresa. Obbligatorio in tutti e tre i mercati. UE: nome della persona responsabile e indirizzo nell’Unione, con più indirizzi ammessi purché sia messo in evidenza quello presso cui la persona responsabile tiene il PIF a immediata disposizione. Il regolamento prescrive il risultato, cioè che quell’indirizzo si veda, non la tecnica: grassetto, sottolineatura, maiuscolo o un riquadro vanno bene tutti. USA: nome del fabbricante, del confezionatore o del distributore e sede dell’impresa, che può anche essere fuori dagli Stati Uniti. Gran Bretagna: nome della persona responsabile britannica e indirizzo nel Regno Unito, non un indirizzo europeo; in Irlanda del Nord vale il regime europeo e un indirizzo europeo è conforme.
Paese di origine. Obbligatorio per i prodotti importati in tutti e tre i mercati. UE e Regno Unito: per i prodotti cosmetici importati il paese di origine è specificato. Il regolamento chiede l’informazione, non una formula fissa, e "Fabbricato in [paese]" è semplicemente il modo abituale di darla. USA: marcatura del paese di origine secondo le regole doganali statunitensi, più le regole FTC sui claim "Made in USA".
Numero di lotto. Obbligatorio in UE e nel Regno Unito ai fini della tracciabilità. Negli USA non è un obbligo federale, ma il settore lo applica comunque sempre.
Data di durata minima o periodo post-apertura (PAO). Obbligatoria in UE e nel Regno Unito, tranne quando, per un prodotto con una durata minima superiore ai trenta mesi, il concetto di conservazione dopo l’apertura non è rilevante. Negli USA non è richiesta sui cosmetici puri. I prodotti che sono anche farmaci da banco, come solari, antiacne e dentifrici al fluoro, ricadono nella regola sulla data di scadenza dei farmaci, che il 21 CFR 211.137(h) non fa applicare quando l’etichettatura non riporta limiti di dosaggio e i dati di stabilità dimostrano almeno tre anni.
Avvertenze e precauzioni. Obbligatorie in tutti e tre i mercati dove ricorrono. UE e Regno Unito: le precauzioni particolari per l’impiego, almeno quelle indicate negli allegati da III a VI, quindi la voce di una sostanza soggetta a restrizioni (III), di un colorante (IV), di un conservante (V) o di un filtro UV (VI) porta con sé la propria dicitura obbligatoria dove la voce ne prevede una e ricorre la condizione che la fa scattare, più le eventuali precauzioni particolari da osservare per i prodotti cosmetici di uso professionale. USA: le avvertenze del 21 CFR 740 per certe categorie di prodotto, più il recapito MoCRA per la segnalazione degli eventi avversi, che i prodotti che sono anche farmaci da banco non portano (sezione 613).
Quello che chiedono solo UE e Regno Unito
Due elementi separano la conformità europea e britannica da quella statunitense.
Indicazione di durata. Per i prodotti stabili oltre 30 mesi è obbligatorio il simbolo del periodo post-apertura, il vasetto aperto seguito dal periodo espresso in mesi e/o anni, che nella pratica si scrive quasi sempre come un numero e la "M" dei mesi, tranne nei casi in cui il concetto di conservazione dopo l’apertura non è rilevante. Per i prodotti stabili fino a 30 mesi serve la data di durata minima, preceduta dal simbolo della clessidra dell’allegato VII, punto 3, oppure dalla dicitura "Usare preferibilmente entro": le due forme sono alternative, e il simbolo da solo non è mai obbligatorio. Negli USA non esiste un obbligo equivalente per i cosmetici puri.
Dichiarazione di funzione. L’articolo 19 del regolamento europeo e l’articolo 19 dell’UKCR chiedono che la funzione del prodotto sia indicata quando non si capisce dalla presentazione. Un "siero" la cui presentazione, presa nel suo insieme, non fa capire a cosa serve ha bisogno di una funzione dichiarata in modo esplicito. Gli USA affidano la funzione all’identity statement, senza una dichiarazione separata.
Quello che chiedono solo gli USA
Nel quadro nato con il MoCRA due elementi esistono solo negli Stati Uniti.
Recapito per la segnalazione degli eventi avversi. Con il MoCRA l’etichetta deve indicare una via attraverso cui la Responsible Person può ricevere le segnalazioni di eventi avversi: un indirizzo statunitense, un numero di telefono statunitense oppure un recapito elettronico, un sito web compreso. Sono alternative, ne basta una. La sezione 613 (21 U.S.C. 364i) esenta dalle sezioni da 605 a 611 il prodotto cosmetico o lo stabilimento soggetto anche ai requisiti del chapter V del FD&C Act, il capitolo dei farmaci. L’esenzione segue il capitolo, non lo status di farmaco da banco, e non arriva a uno stabilimento che fabbrica anche prodotti cosmetici fuori dal chapter V.
Identificazione della Responsible Person MoCRA. La sezione 604 del FD&C Act (21 U.S.C. 364(4)) definisce la Responsible Person statunitense come il fabbricante, il confezionatore o il distributore il cui nome compare in etichetta ai sensi della sezione 609(a) dell’Act oppure della sezione 4(a) del Fair Packaging and Labeling Act. L’FPLA è una delle due vie a cui la definizione rimanda, non la sede della definizione, e il concetto non coincide con quello di persona responsabile di UE e Regno Unito.
Quello che chiede solo la Gran Bretagna
Indirizzo britannico della persona responsabile. Un’etichetta per la Gran Bretagna deve riportare l’indirizzo di una persona responsabile stabilita nel Regno Unito. Un indirizzo europeo su un prodotto venduto in Gran Bretagna non soddisfa l’obbligo della Gran Bretagna. È una conseguenza diretta della Brexit e una delle sviste più frequenti nei marchi che spostano prodotti da un mercato all’altro.
La tabella di sintesi
Elemento
UE
USA
Gran Bretagna
Nome/identità del prodotto
Non obbligatorio (necessità commerciale, non un obbligo di etichettatura)
Obbligatorio sul PDP
Come in UE
Dichiarazione di funzione
Obbligatoria se non evidente
Affidata all’identity statement
Obbligatoria se non evidente
Quantità netta
Obbligatoria (tranne sotto i 5 g o 5 ml, campioni gratuiti, monodosi)
Obbligatoria sul PDP
Obbligatoria
Elenco degli ingredienti
Denominazioni comuni del glossario UE, nella pratica INCI, ordine decrescente di peso, parola "Ingredients"
Nome comune, ordine decrescente di predominanza
Come in UE
Persona responsabile/impresa
Persona responsabile UE
Nome e sede dell’impresa, anche fuori dagli Stati Uniti
Persona responsabile britannica
Paese di origine
Se importato
Secondo le regole doganali
Se importato
Numero di lotto
Obbligatorio
Non federale
Obbligatorio
Durata minima o PAO
Data se 30 mesi o meno, PAO se più di 30 mesi e la conservazione dopo l’apertura è rilevante
Non per i cosmetici puri
Come in UE
Avvertenze
Allegati da III a VI più categoria
Categorie del 21 CFR 740
Allegati da III a VI più categoria
Recapito eventi avversi MoCRA
Non richiesto
Obbligatorio, tranne i prodotti che sono anche farmaci da banco
Non richiesto
Simboli, PAO e la tensione di design sulla superficie dell’etichetta
Sulle etichette dei cosmetici ricorre un piccolo gruppo di simboli standardizzati, gli stessi da un mercato all’altro.
Conoscerli evita gli errori di applicazione più comuni, e sapere dove metterli evita il problema di design in cui prima o poi finisce chiunque lanci un prodotto.
Il simbolo del periodo post-apertura (PAO)
Il simbolo PAO, riportato al punto 2 dell’allegato VII del Regolamento (CE) n. 1223/2009 ed ereditato dall’UKCR, è un vasetto aperto seguito dal periodo di tempo in cui il prodotto, una volta aperto, resta sicuro. Quel periodo lo fissa l’articolo 19, paragrafo 1, lettera c), che lo ammette espresso in mesi e/o anni; nella pratica è quasi sempre un numero e la lettera "M" dei mesi.
Esempi: "6M" vuol dire sicuro per sei mesi dopo l’apertura. "12M" dodici mesi. "24M" ventiquattro mesi.
Quando è obbligatorio. Per i prodotti con durata minima superiore a 30 mesi, in UE e nel Regno Unito. Sui prodotti che durano di più il PAO prende il posto della data di durata minima, perché quello che conta è il tempo d’uso dopo l’apertura, non il tempo passato a scaffale.
Quando non si usa. Sui prodotti con una durata minima di 30 mesi o meno, dove va la data di durata minima; sui monouso; sugli aerosol, dove il concetto di apertura non si applica; e di solito non sui profumi ad alta gradazione alcolica e lunga stabilità.
Come si stabilisce il PAO. Lo determina il valutatore della sicurezza o la persona responsabile, sulla base dei test di stabilità, dei test di efficacia del sistema conservante e del formato del prodotto. Non è una scelta di marketing.
Il simbolo della durata minima (la clessidra)
Per i prodotti con durata minima pari o inferiore a 30 mesi, l’etichetta deve riportare la dicitura "Usare preferibilmente entro [data]" oppure il simbolo equivalente della clessidra, definito nell’allegato VII punto 3, seguito dalla data oppure dalle indicazioni relative alla sua localizzazione sull’imballaggio.
Formato della data. Bastano mese e anno (per esempio "Usare preferibilmente entro 06/2027"). I formati ambigui vengono contestati in sede di controllo.
Quando in etichetta compaiono tutti e due. Per un dato prodotto al massimo una delle due indicazioni è quella obbligatoria: il PAO quando la durata supera i 30 mesi, la data di durata minima quando è di 30 mesi o meno, e nessuna delle due quando la durata supera i 30 mesi ma il concetto di conservazione dopo l’apertura non è rilevante. Né l’articolo 19 né l’allegato VII vietano che compaia anche l’altra, quindi un’etichetta che le riporta entrambe è ridondante, non in violazione, purché le due indicazioni siano coerenti fra loro: l’articolo 20, paragrafo 1, vieta che un segno figurativo attribuisca al prodotto caratteristiche che non possiede, ed è quello che farebbe un PAO più lungo della durata reale.
Il simbolo della mano sul libro e gli altri elementi
L’allegato VII, punto 1, definisce il simbolo della mano su un libro aperto: rimanda alle informazioni riportate su un foglio, un’etichetta, una fascetta o un cartellino allegati o fissati al prodotto, nei casi in cui è impossibile dal punto di vista pratico indicare sul recipiente o sull’imballaggio le precauzioni particolari per l’impiego dell’articolo 19, paragrafo 1, lettera d), o l’elenco degli ingredienti dell’articolo 19, paragrafo 1, lettera g). L’articolo 19, paragrafo 2, richiede il rimando stesso, a meno che sia inattuabile, e accetta l’una o l’altra forma: l’informazione in forma abbreviata oppure il simbolo. Dove quel rimando debba stare non è lo stesso nei due casi: "sul recipiente o sull’imballaggio per le informazioni di cui alla lettera d)" e "sull’imballaggio per le informazioni di cui alla lettera g)". Quindi il rimando alle precauzioni può stare sul recipiente, quello all’elenco degli ingredienti no. L’articolo 19, paragrafo 2, ammette solo quei supporti fisici: un sito web o un QR code non sono ammessi e non assolvono l’obbligo.
Il pittogramma della fiamma viene da altre norme, non dal regolamento cosmetico: l’allegato VII elenca tre simboli, la fiamma non è fra questi, e il regolamento 1223/2009 non nomina mai l’infiammabilità. Su un aerosol cosmetico classificato come infiammabile o altamente infiammabile la fiamma è obbligatoria, perché la direttiva 75/324/CEE sui generatori di aerosol, come modificata dalla direttiva 2013/10/UE, riporta sul contenitore gli elementi di etichettatura del CLP, mentre un aerosol non infiammabile porta le avvertenze sulla pressione senza la fiamma. Su un liquido infiammabile non pressurizzato, per esempio un profumo alcolico, nessuna norma europea la impone sull’etichetta destinata al consumatore, perché l’articolo 1, paragrafo 5, lettera c), del regolamento (CE) n. 1272/2008 (CLP) tiene i cosmetici finiti destinati all’utilizzatore finale fuori dall’etichettatura CLP. Molti marchi la stampano lo stesso, e dove compare sta insieme alle diciture leggibili, non in un angolo decorativo. Il Green Dot è un marchio in licenza privata, non un obbligo di legge: non lo impone il regolamento cosmetico europeo e non lo impongono nemmeno le norme nazionali sui rifiuti di imballaggio in Francia, in Italia e in Germania. Quelle norme chiedono altro, e cose diverse paese per paese: in Francia la marcatura Triman e l’Info-tri, in Italia la codifica dei materiali della decisione 97/129/CE più le informazioni sulla raccolta differenziata, in Germania l’adesione a un sistema duale, che non porta con sé alcun simbolo. La marcatura "e" davanti alla quantità netta sulle etichette UE indica la conformità alla direttiva sui preimballaggi: è facoltativa, ma la usano quasi tutti. I claim sui materiali riciclati o sugli imballaggi compostabili sono delicati sul piano della sostanziazione e vanno sostenuti da prove.
La tensione di design che nasce dai simboli obbligatori
C’è una parte scomoda in tutto questo.
Quasi nessuno degli elementi obbligatori è bello da vedere.
La fiammella dell’infiammabilità sugli aerosol infiammabili, le tabelle per la raccolta differenziata che diversi paesi UE pretendono, il blocco fitto di avvertenze per certe categorie, la dichiarazione degli allergeni, l’elenco INCI con la sua lunghezza inevitabile, il vasetto aperto del PAO con quell’aria da manuale tecnico, l’indirizzo della persona responsabile in corpo minuscolo. Servono a proteggere il consumatore e a rendere possibili i controlli, non a far bella figura su un cosmetico.
La strategia pratica è concentrare i contenuti obbligatori sul retro o sui fianchi della confezione ovunque la norma lo permetta, e tenere la faccia principale per l’identità di marca, il nome del prodotto, la funzione e il minimo indispensabile.
Qui non si sta nascondendo niente: è progettazione legittima, che rispetta insieme l’obbligo di legge e il ruolo commerciale della faccia principale. Il regolamento europeo non pretende che tutto stia davanti. Negli USA l’FPLA fissa cosa deve stare sul PDP (identità e quantità netta) e lascia il resto sull’information panel. L’UKCR segue la stessa impostazione.
L’errore che vedo spesso è chi prova a far stare bene le avvertenze sul fronte del prodotto, o chi spinge i simboli in angoli decorativi dove diventano illeggibili. Sono due versioni dello stesso sbaglio. Il simbolo della fiamma lo vinci mettendolo in un punto legittimo e leggibile, dietro la gerarchia visiva del marchio, non rendendolo elegante.
Se ti ritrovi a cercare un modo per nascondere gli elementi obbligatori o per farli sparire, li stai trattando come un ostacolo al progetto invece che come parte del progetto.
L’approccio più pulito è lasciare che il pannello informativo faccia il suo lavoro, e chiedere alla faccia principale di fare il tuo.
La lingua e i vincoli della tecnica di stampa
Lingua e tecnica di stampa sono il punto in cui l’etichetta pensata per più mercati sbatte contro la produzione.
Decidono tutte e due se la tua etichetta a norma si può davvero produrre, modificare o recuperare quando qualcosa va storto.
La lingua in UE
L’articolo 19, paragrafo 5, del Regolamento (CE) n. 1223/2009 rimanda alla normativa dello Stato membro in cui il prodotto è messo a disposizione dell’utilizzatore finale per la lingua di alcune informazioni ben precise: quelle delle lettere b), c), d) e f) del paragrafo 1, cioè il contenuto nominale, le informazioni sulla durata, le precauzioni particolari per l’impiego e la funzione del prodotto, più le informazioni di cui ai paragrafi 2, 3 e 4. Non tutta l’etichetta, quindi: l’elenco degli ingredienti, che è la lettera g), resta fuori da questa regola. E la lettera c) è più larga della sola data: dentro la stessa regola di lingua ci stanno anche la dicitura "Usare preferibilmente entro" che la precede e le condizioni da rispettare per garantire la durata indicata.
Nella pratica ogni paese indica la sua lingua. La Francia il francese, la Germania il tedesco, l’Italia l’italiano, la Spagna lo spagnolo. Per i prodotti distribuiti in tutta l’Unione l’etichetta plurilingue è la regola.
I nomi degli ingredienti restano nella forma originale. La regola sulle denominazioni sta nell’articolo 19, paragrafo 6: nell’elenco va indicata la denominazione comune dell’ingrediente contenuta nel glossario di cui all’articolo 33 e, quando per un ingrediente la denominazione comune non è disponibile, un termine contenuto in una nomenclatura generalmente riconosciuta. Quel glossario tiene conto delle nomenclature riconosciute a livello internazionale, INCI compresa, quindi la denominazione del glossario di solito è il nome INCI, e si scrive allo stesso modo in tutti gli Stati membri invece di essere tradotta. La parola "Ingredients" che apre l’elenco sta nella lettera g) dell’articolo 19, paragrafo 1, che l’articolo 19, paragrafo 5, non copre: il regolamento non ne chiede la traduzione. Diversi Stati membri si aspettano comunque il termine locale, quindi prima di decidere controlla le norme nazionali di ogni mercato.
Avvertenze e modalità d’impiego tradotte. "Evitare il contatto con gli occhi" deve comparire in ogni lingua interessata. Anche la funzione va tradotta.
L’indirizzo della persona responsabile non si traduce. Nome, via, città e paese si riportano come sono nel paese in cui la persona responsabile è stabilita.
La lingua nel Regno Unito e negli USA
Regno Unito. In Gran Bretagna il meccanismo è lo stesso. L’articolo 19, paragrafo 5, del regolamento assimilato rimanda alla regulation 5(3) delle Cosmetic Products Enforcement Regulations 2013, che chiede in inglese il contenuto nominale, la data di durata minima, le precauzioni particolari per l’impiego e la funzione, più le informazioni di cui all’articolo 19, paragrafi da 2 a 4. Restano fuori l’elenco degli ingredienti, il blocco della persona responsabile e il numero di lotto. Un’etichetta britannica plurilingue non serve.
USA. Il 21 CFR 701.2(b) vuole tutte le informazioni obbligatorie in inglese, con poche eccezioni per i territori statunitensi dove prevale un’altra lingua, come Porto Rico. E qui c’è la regola su cui inciampano i marchi europei: se in etichetta compare una qualsiasi informazione in una lingua straniera, tutte le informazioni richieste dal FD&C Act devono comparire anche in quella lingua. Un’etichetta quasi tutta in inglese con uno slogan in francese fa scattare l’obbligo di ripetere in francese l’intero blocco obbligatorio. O togli il testo non inglese, o duplichi tutto.
La tecnica di stampa decide quanto ti costa sbagliare
Prima di arrivare alla strategia multi-mercato c’è un aspetto produttivo che quasi tutti sottovalutano finché non lo pagano.
Le etichette dei cosmetici si producono con tecniche diverse, e ognuna ha un costo diverso quando devi cambiare o correggere qualcosa.
Etichette autoadesive (carta o plastica, stampate e poi applicate). La tecnica più flessibile. Una tiratura breve con l’esecutivo aggiornato si fa spesso con una spesa contenuta. Il costo unitario è più alto delle tecniche che stampano direttamente sul contenitore, ma correggere costa poco. È la scelta giusta per chi si aspetta aggiornamenti di formula o di norma, per chi ha volumi bassi e per chi ha una grafica complessa: sfumature, molti colori, elementi fotografici.
Serigrafia direttamente sul contenitore. Una bella tecnica, soprattutto sul vetro e su alcune plastiche: colore pieno, effetto premium, molto usata sui profumi e sullo skincare di fascia alta. Ma ogni colore vuole il suo telaio. Cambiare un elemento qualsiasi dell’esecutivo, anche un solo carattere dentro un’avvertenza, vuol dire rifare i telai. Correggere una virgola costa la preparazione dei telai, la messa a punto della macchina e spesso una tiratura minima. Tollera pochissimo gli errori scoperti tardi.
Tampografia. Si usa sulle superfici curve, sui contenitori piccoli e in contesti produttivi particolari. I costi si comportano come in serigrafia: preparazione del cliché e messa a punto della macchina restano, e ogni modifica vuole nuove attrezzature. Visivamente è meno versatile della serigrafia, ma su certi formati è la risposta giusta.
Offset o flexo su sleeve ed etichette termoretraibili. Conviene sui volumi, la resa colore è discreta, e quanto costa una modifica dipende da quante lastre vanno rifatte. Adatta alle tirature grandi, quando l’esecutivo non dovrebbe più cambiare.
Stampa digitale diretta. Sempre più usata sulle tirature piccole e sui progetti pilota. Sulle piccole quantità costa meno al pezzo rispetto ai metodi tradizionali di prestampa, anche se sui colori e sui materiali ci possono essere limiti.
Perché questo conta quando cambia una norma
Un caso concreto. Un marchio che parte con la serigrafia sul vetro scopre in fase di revisione del PIF che il PAO deve passare da "12M" a "9M" per via di nuovi dati di stabilità. Oppure un parere aggiornato del CSSC su un ingrediente impone una nuova avvertenza in etichetta. Oppure un retailer chiede una piccola modifica a una dicitura.
Con la serigrafia, correggere vuol dire telai nuovi, nuova messa a punto e una nuova tiratura minima.
Il costo totale di quella correzione può arrivare a diverse migliaia di euro o dollari per prodotto, senza contare lo stock già a magazzino da rietichettare o da buttare. (Tutte le cifre di questo articolo sono stime indicative e cambiano con il fornitore, l’area geografica e la dimensione del progetto.)
Con le etichette autoadesive la stessa correzione costa un nuovo giro di approvazione dell’esecutivo e una nuova tiratura di etichette.
Molto meno, e molto più in fretta.
Il render prima della stampa, il passaggio che quasi tutti saltano
L’errore operativo che vedo più spesso nel design delle etichette è questo: si approva l’esecutivo su un PDF piatto o a monitor, in digitale, senza aver mai visto l’etichetta sulla forma reale della confezione.
Quando l’etichetta stampata arriva e viene applicata sul contenitore per la prima volta, saltano fuori cose che sul piatto non si vedevano. Come si avvolge sulla curva. Come vengono i colori sul materiale del contenitore. Come si legge il carattere alla scala vera del prodotto. Come tiene la gerarchia con il prodotto in mano, a distanza di braccio. Se l’elenco degli ingredienti è leggibile alla dimensione di stampa reale. Se i simboli obbligatori finiscono in posizioni sensate o vengono tagliati da una giunzione.
Quando questi problemi vengono a galla, i telai sono già fatti.
Se sei in serigrafia, sistemare qualsiasi cosa costa caro.
La disciplina che fa risparmiare e fa uscire prima è chiedere al grafico (o al produttore, o al partner di confezionamento) un render dell’etichetta applicata sulla confezione vera, il più vicino possibile all’aspetto finale, prima dell’approvazione definitiva. Non un PDF piatto. Un render. Meglio ancora una visualizzazione 3D o un mock-up fisico sul contenitore esatto che andrà in produzione.
È un passaggio che si salta spesso perché aggiunge due o tre giorni alla tabella di marcia. Quei due o tre giorni sono l’assicurazione più economica di tutto il progetto.
L’anno scorso un cliente ha approvato l’esecutivo a monitor, ha saltato il render e si è impegnato con la serigrafia su una bottiglia di vetro curva. Quando è arrivato il primo lotto di produzione, il nome del prodotto cadeva esattamente nel punto in cui l’etichetta curvava, e il carattere si stirava male. Il nome del marchio, che doveva essere il senso di tutto il progetto, sembrava scadente. Correggere ha voluto dire telai nuovi, nuova messa a punto, sei settimane di ritardo e una botta vera al budget. Due giorni di render in fase di approvazione l’avrebbero intercettato.
Prima di dare l’ok definitivo a un esecutivo per la produzione, soprattutto se la tecnica di stampa rende care le correzioni, fatti fare il render. Vale la pena insistere.
La strategia dell’etichetta su più mercati
Un marchio che vende in UE, USA e Gran Bretagna si trova davanti a un problema che si moltiplica.
Opzione A: un’etichetta per mercato. La via più semplice sul piano regolatorio. Tre SKU di etichetta per prodotto (UE, USA, Gran Bretagna), ognuno tarato sul suo mercato. Costo di produzione più alto, rischio di non conformità più basso.
Opzione B: etichetta UE plurilingue per più mercati europei. È la prassi per la distribuzione nell’UE: di solito 5-8 lingue su una sola etichetta, che copre i mercati principali. Per USA e Gran Bretagna non funziona.
Opzione C: etichetta condivisa UE e Gran Bretagna. In teoria si può, perché la Gran Bretagna accetta l’inglese e alcuni mercati UE pure. Nella pratica l’obbligo della Gran Bretagna di un indirizzo di persona responsabile stabilita nel Regno Unito costringe quasi sempre a un’etichetta a parte per quel mercato.
Opzione D: il tentativo dell’etichetta unica mondiale. C’è chi disegna una sola etichetta plurilingue sperando di coprire UE, USA e Gran Bretagna insieme. Non funziona quasi mai. Le regole USA sulle lingue straniere, l’obbligo britannico sulla persona responsabile e le regole linguistiche degli Stati membri si scontrano.
Nella pratica quasi tutti tengono un’etichetta UE e una USA separate, e fanno dell’etichetta per la Gran Bretagna una variante della versione inglese europea, con l’indirizzo della persona responsabile britannica al posto dell’altro.
L’etichetta come superficie di marca: cosa deve funzionare davvero in mano al consumatore
Un’etichetta a norma è il punto di partenza, non il traguardo. È anche la superficie di contatto più densa fra il tuo marchio e il consumatore, e nel 2026 il primo contatto nella maggior parte dei percorsi d’acquisto.
Il primo contatto avviene sull’etichetta
A scaffale l’etichetta è la prima cosa che il cliente percepisce, prima che il prodotto venga aperto, prima che la formula venga provata, prima che venga letto qualsiasi contenuto di marketing. Su una scheda e-commerce è l’immagine dell’etichetta che convince il cliente a mettere nel carrello o a passare oltre.
La qualità del prodotto resta la base. Un’etichetta ben disegnata su un prodotto formulato male crolla al secondo acquisto. Ma se il cliente al primo acquisto non ci arriva, la qualità della formula per lui non esiste, perché non l’ha mai provata.
Nel punto vendita fisico come nell’e-commerce, il primo contatto visivo pesa in modo sproporzionato. Non è retorica da marketing: è come funziona davvero la decisione del consumatore nel momento della scelta. Tutto il resto (il profumo del prodotto, la qualità complessiva della confezione, il sito, i contenuti, gli influencer) rinforza o corregge quella prima impressione, ma arriva dopo che l’etichetta ha già fatto il suo lavoro o l’ha già mancato.
La sintesi non è negoziabile, perché il cliente non legge in profondità
Qui l’etichetta si separa da ogni altro punto di contatto che controlli.
Il sito, la scheda prodotto, le brochure, i cataloghi, i contenuti social: lì hai spazio per argomentare, spiegare, sostenere un claim con le prove, usare immagini e video, tenere l’attenzione del cliente per qualche minuto.
L’etichetta no. Con il prodotto in mano, o davanti alla miniatura su Amazon, l’attenzione dura secondi. Nessuno legge un’etichetta come legge la tua pagina "chi siamo". La scorre. Cerca la funzione del prodotto, forse un claim principale, la profumazione o la variante, e passa oltre.
Ogni parola sul fronte dell’etichetta deve guadagnarsi il posto. Ogni elemento o costruisce l’impressione o ruba spazio all’attenzione, che è poca. Un’etichetta che prova a dire tutto finisce per non dire niente. Un’etichetta con due o tre elementi netti, centrati su quello che vuoi far restare in testa al cliente, batte un’etichetta con sette benefici scritti in corpo piccolo.
Per molti è controintuitivo: più informazioni spesso peggiorano il risultato, perché il rapporto fra segnale e rumore cala. La disciplina è scegliere quello che conta di più e dargli spazio, invece di far entrare tutto quello che potrebbe contare.
Prima le fondamenta, poi l’etichetta
L’etichetta comunica il marchio, quindi non può comunicare niente di coerente se le fondamenta del marchio (posizionamento, avatar di riferimento, tono di voce, identità visiva) non sono state definite. Chi salta al nome del prodotto e alla grafica dell’etichetta prima di posare le fondamenta si ritrova con un’etichetta che sembra un’etichetta e non porta nessun messaggio in particolare. La sequenza che funziona è quella costruita sull'approccio in reverse engineering, dove prima vengono le fondamenta e poi prodotto, confezione ed etichette seguono come estensioni del marchio definito, dentro il più ampio approccio a ecosistema per costruire un marchio cosmetico.
Pulito non vuol dire vuoto
Le tendenze di design di oggi (minimalismo scandinavo, estetica clean della K-beauty) hanno spinto il design cosmetico verso lo spazio bianco e pochi elementi. Il principio è giusto: un’etichetta pulita comunica sicurezza e qualità. Ma il minimalismo fatto male diventa piatto o anonimo. Un design pulito ha bisogno di scelte di colore volute, di una tipografia ragionata, di elementi di marca decisi. Non è "togliere finché non resta niente".
Qualunque elemento decidi di tenere, tienilo per un motivo. I colori accesi funzionano quando sono una scelta. Tanti colori funzionano quando raccontano qualcosa. Una tipografia fitta funziona quando ogni elemento ha un ruolo. La disciplina è l’intenzione, non il minimalismo fine a se stesso.
L’incastro fra confezione ed etichetta
Quando le fondamenta di marca incontrano la fase realizzativa salta fuori una realtà operativa. L’etichetta non è una decisione a sé: dialoga con la forma della confezione, con il sistema di chiusura, con la tecnica di stampa e con i volumi di produzione.
Un marchio che sviluppa una grafica bella, colorata, piena di sfumature, poi sceglie una confezione a base quadrata perché ha un bell’aspetto strutturale, poi scopre che la tecnica di stampa prevista è la serigrafia (che le sfumature le rende male), finisce o con una grafica sacrificata o con una revisione costosa di tutta la catena di decisioni. Ogni scelta stringe quella dopo.
Un marchio che sceglie un flacone curvo ed elegante, e poi scopre che l’etichetta sulla concavità non tiene, deve cambiare flacone, cambiare materiale e adesivo dell’etichetta, oppure accettare una giunzione a vista.
Un marchio che punta su un’etichetta avvolgente a copertura totale, e poi scopre che il flacone scelto ha una superficie testurizzata che rovina l’avvolgimento, si trova davanti alla stessa scelta.
Lo schema si ripete sempre uguale. L’etichetta va sviluppata mano a mano, insieme alle decisioni su confezione, stampa e chiusura, non disegnata prima e poi adattata. La sequenza che funziona davvero è abbozzare presto la direzione visiva, validare in parallelo le opzioni di confezione, provare la tenuta della tecnica di stampa, e chiudere il design solo quando tutti i pezzi si incastrano.
La checklist prima della stampa e gli errori più frequenti
L’ultimo pezzo operativo prima che un’etichetta vada in stampa è la verifica. Una checklist strutturata evita quasi tutte le correzioni dopo la stampa.
Gli errori che vedo tornare sempre
Si concentrano in un numero piccolo di casi ricorrenti.
Mettere l’indirizzo della persona responsabile UE sui prodotti destinati alla Gran Bretagna è ancora, nel 2026, l’errore post-Brexit numero uno.
Il simbolo PAO dove serviva la data di durata minima (un prodotto con durata di 24 mesi che porta il PAO e nessuna data) è una violazione diretta del regolamento, anche se l’informazione trasmessa è più o meno la stessa.
La data di durata minima nel formato sbagliato ("Usare preferibilmente entro 06/24", con l’anno a due cifre, invece di "Usare preferibilmente entro 06/2024") viene contestata in sede di controllo.
La funzione mancante sulle etichette UE o britanniche di sieri, fiale, essenze e altri formati che da soli non si spiegano.
L’ordine sbagliato nell’elenco degli ingredienti sulle etichette UE e britanniche, con quelli sopra l'1 per cento non in ordine strettamente decrescente di peso al momento dell’incorporazione. Solo gli ingredienti inferiori all'1 per cento possono stare in ordine sparso.
I nomi INCI sbagliati, con un nome comune ("olio di cocco" invece di "Cocos Nucifera Oil") o un nome commerciale.
I claim da farmaco sulle etichette cosmetiche statunitensi, tipo "cura l’acne" o "guarisce la pelle", che trasformano il prodotto in un farmaco non autorizzato.
Il recapito MoCRA per gli eventi avversi mancante sui prodotti USA che ne hanno bisogno, dimenticato spesso sulle etichette disegnate prima che il MoCRA entrasse in vigore. I prodotti che sono anche farmaci da banco restano fuori dall’obbligo per la sezione 613.
Il claim "cruelty-free" usato in modo ambiguo, senza una definizione regolatoria standardizzata alle spalle.
Corpi di testo troppo piccoli per il minimo statunitense applicabile: 1/16 di pollice per la dichiarazione degli ingredienti (21 CFR 701.3(b)), che scende a 1/32 di pollice quando la confezione ha meno di 12 pollici quadrati di superficie disponibile per l’etichettatura (21 CFR 701.3(p)), mentre la dichiarazione di quantità netta segue la scala del Principal Display Panel prevista dal 21 CFR 701.13(i), da 1/16 di pollice per i pannelli fino a 5 pollici quadrati a 1/2 pollice sopra i 400. Oppure troppo piccoli per il criterio di UE e Regno Unito, che è "caratteri indelebili, facilmente leggibili e visibili" dell’articolo 19, paragrafo 1.
La checklist generale prima della stampa
È una checklist generale, non un elenco di conformità definitivo. Va adattata al progetto, alla categoria di prodotto e al mercato di destinazione. Prima di impegnarti con la produzione fai sempre passare l’etichetta finale dalla tua persona responsabile o dal tuo consulente regolatorio.
Identità e funzione
Il nome del prodotto coincide con quello del PIF e della notifica CPNP/SCPN/MoCRA
La funzione è indicata dove serve e descrive davvero il prodotto
L’identity statement sul Principal Display Panel è leggibile e in evidenza
Dichiarazione degli ingredienti
Ingredienti elencati secondo la regola sulle denominazioni di ogni mercato (UE e Regno Unito: la denominazione comune del glossario dell’articolo 33, che la Commissione compila tenendo conto dell’INCI; USA: INCI o nome comune usuale)
UE e Regno Unito: ordine decrescente di peso al momento dell’incorporazione sopra l'1 per cento, ordine sparso sotto l'1 per cento; USA: ordine decrescente di predominanza
Elenco preceduto dalla parola "Ingredients" (UE e Regno Unito); l’articolo 19, paragrafo 5, non estende all’elenco degli ingredienti l’obbligo di lingua nazionale finché l’elenco sta sull’etichetta, ma lo raggiunge nei casi dell’articolo 19, paragrafi da 2 a 4, quando l’elenco si sposta su un foglio allegato o su un avviso collocato in prossimità del contenitore; controlla le norme nazionali di ogni mercato
Nessun errore di ortografia nei nomi degli ingredienti
Persona responsabile e impresa
Persona responsabile corretta per ogni mercato di destinazione (UE per l’Unione, britannica per la Gran Bretagna, e per gli USA il fabbricante, il confezionatore o il distributore nominato in etichetta, ovunque sia stabilito)
Indirizzo della persona responsabile coerente con il PIF e con la notifica; l’articolo 19, paragrafo 1, lettera a), ammette che sia abbreviato, purché l’abbreviazione permetta di identificare la persona e il suo indirizzo
Paese di origine indicato per i prodotti importati (la formula abituale è "Fabbricato in [paese]")
Quantità e identificazione
Quantità netta nel formato giusto (peso o volume, unità corrette)
Numero di lotto presente e rintracciabile nei registri di produzione
Il corpo del testo rispetta le soglie di leggibilità per quel formato di confezione
Durata minima e PAO
Data di durata minima, oppure le indicazioni relative alla sua localizzazione sull’imballaggio, preceduta dal simbolo della clessidra OPPURE dalla dicitura "Usare preferibilmente entro" (prodotti ≤30 mesi), OPPURE simbolo PAO (prodotti >30 mesi, salvo quando il concetto di conservazione dopo l’apertura non è rilevante)
Formato della data non ambiguo ("Usare preferibilmente entro [mese/anno]")
Il numero del PAO corrisponde ai dati di stabilità ed efficacia del sistema conservante riportati nel CPSR
Avvertenze e precauzioni
Tutte le avvertenze dall’allegato III all’allegato VI presenti dove scattano (UE e Regno Unito), comprese le diciture sui conservanti dell’allegato V e quelle sui filtri UV dell’allegato VI, più le eventuali precauzioni per l’uso professionale e ogni altra precauzione particolare che il CPSR individua, perché l’articolo 19, paragrafo 1, lettera d), tratta i testi degli allegati come un minimo
Le avvertenze del 21 CFR 740 presenti dove scattano (USA)
Recapito MoCRA per la segnalazione degli eventi avversi presente sulle etichette USA, tranne che per i prodotti che sono anche farmaci da banco (sezione 613)
Lingua
UE: contenuto nominale, le indicazioni di durata della lettera c) (la data, la dicitura "Usare preferibilmente entro" quando prende il posto del simbolo, e le condizioni da rispettare per garantire la durata indicata), precauzioni particolari per l’impiego e funzione nella lingua richiesta dallo Stato membro in cui il prodotto è messo a disposizione dell’utilizzatore finale
Regno Unito: le stesse indicazioni in inglese (regulation 5(3), Cosmetic Products Enforcement Regulations 2013)
Avvertenze, funzione e modalità d’impiego tradotte
Qualunque testo in un’altra lingua su un’etichetta USA fa scattare l’obbligo di duplicare tutto
Grafica e produzione
La gerarchia visiva rispetta le fondamenta di marca e le priorità della faccia principale
Simboli obbligatori (infiammabilità, PAO, mano sul libro dove serve) collocati in modo leggibile
Esecutivo visto in render sulla forma reale della confezione prima dell’approvazione, non solo su PDF piatto
Tecnica di stampa confermata e costi di telai e messa a punto chiari prima dell’ok
Prova colore e leggibilità verificate alla dimensione di stampa reale
Verifica finale
Revisione regolatoria della persona responsabile o di un consulente qualificato prima della produzione
Controllo di versione: questa versione dell’esecutivo è datata e collegata allo SKU e al lotto
Ogni modifica all’etichetta passata al vaglio dell’articolo 13, paragrafo 7, che impone di fornire quanto prima il relativo aggiornamento quando cambiano le informazioni notificate dei paragrafi 1, 3 o 4, e a quello del PIF e del CPSR, aggiornati per quanto la modifica rende necessario
Costruirsi una checklist personale è una delle abitudini più pratiche che consiglio a chi lancia un marchio. Fa risparmiare soldi veri. La mia si è formata in 30 anni passati a vedere gli stessi errori nelle stesse fasi. Adattala al tuo modo di lavorare, aggiungi i dettagli del tuo mercato e della tua categoria di prodotto, e usala tutte le volte prima di lanciare una tiratura. La correzione che trovi durante il controllo costa una revisione di PDF. La correzione che trovi dopo la produzione costa un’intera tiratura.
La checklist resta un pre-filtro: prende gli errori ricorrenti e lascia alla persona responsabile o al consulente regolatorio i casi limite veri, quelli per cui serve davvero la loro competenza. Non sostituisce la revisione professionale.
Domande frequenti
Posso usare una sola etichetta per UE, USA e Gran Bretagna?
Quasi sempre no: fra i tre mercati ci sono abbastanza differenze negli elementi obbligatori, nei requisiti sulla persona responsabile e nelle regole linguistiche perché una sola etichetta non riesca a soddisfarli tutti senza compromessi. La Gran Bretagna vuole l’indirizzo di una persona responsabile stabilita nel Regno Unito, non uno europeo. Gli USA vogliono il recapito MoCRA per gli eventi avversi, tranne che per i prodotti che sono anche farmaci da banco (sezione 613), e in UE e nel Regno Unito non serve, mentre UE e Regno Unito vogliono la data di durata minima o il PAO, che negli USA sui cosmetici puri non serve. La regola linguistica statunitense (tutte le informazioni obbligatorie devono comparire in ogni lingua usata in etichetta) crea problemi specifici alle etichette UE plurilingui vendute negli Stati Uniti. Nella pratica quasi tutti tengono etichette separate per UE, USA e Gran Bretagna, con una parte di grafica condivisa fra UE e Gran Bretagna (scambiando l’indirizzo della persona responsabile dove si può). Metti in conto un minimo di 9-15 SKU di etichetta per una linea da tre a cinque prodotti su tre mercati.
Cos’è il simbolo PAO e quando è obbligatorio?
Il simbolo del periodo post-apertura è un vasetto aperto con un numero e la "M" (per esempio "12M" per dodici mesi), definito nell’allegato VII del Regolamento (CE) n. 1223/2009 ed ereditato dalla normativa britannica. È obbligatorio sui cosmetici venduti in UE o nel Regno Unito quando la durata minima del prodotto supera i 30 mesi, tranne nei casi in cui il concetto di conservazione dopo l’apertura non è rilevante. Per i prodotti stabili fino a 30 mesi si usa invece la data di durata minima, preceduta dal simbolo della clessidra dell’allegato VII, punto 3, oppure dalla dicitura "Usare preferibilmente entro". Il PAO dice al consumatore per quanto tempo il prodotto resta sicuro dopo il primo utilizzo, non quanto dura in magazzino. Il periodo lo stabilisce il valutatore della sicurezza sulla base dei test di stabilità e di efficacia del sistema conservante. Gli USA non chiedono il PAO sui cosmetici puri, e i prodotti che sono insieme cosmetici e farmaci da banco (solari, trattamenti antiacne) ricadono nella regola sulla data di scadenza dei farmaci, che il 21 CFR 211.137(h) non fa applicare quando l’etichettatura non riporta limiti di dosaggio e i dati di stabilità dimostrano almeno tre anni.
Che tecnica di stampa scelgo per le etichette dei miei cosmetici?
Dipende dai volumi di produzione, dal budget che vuoi tenere da parte per le correzioni future, dalla complessità grafica e dal formato della confezione. Le etichette autoadesive (stampate e poi applicate) danno la massima libertà di correggere e aggiornare: costano di più al pezzo e molto meno all’errore. La serigrafia diretta su vetro o plastica dà un’impressione premium, funziona bene su profumi e skincare di fascia alta, ma le correzioni costano care perché ogni modifica vuole telai nuovi. La tampografia va bene su superfici curve e contenitori piccoli, con costi di correzione simili alla serigrafia; offset e flexo funzionano sulle tirature grandi su sleeve ed etichette termoretraibili; la stampa digitale diretta è sempre più usata sulle tirature piccole e sui progetti pilota. Se ti aspetti aggiornamenti di norma o di formula entro 12-18 mesi dal lancio, l’autoadesivo o le soluzioni compatibili con il digitale abbassano il costo delle correzioni inevitabili; se invece formula e grafica resteranno ferme per anni, le tecniche tradizionali con più spesa iniziale diventano più convenienti al pezzo.
Perché mi serve un render dell’etichetta sulla confezione prima della produzione?
Perché un PDF piatto non mostra come verrà davvero l’etichetta sul prodotto. Quando l’etichetta finisce su un contenitore curvo, conico o di forma irregolare, il carattere si stira o si comprime in modi che sul piatto non si vedono. I colori sul materiale del contenitore rendono diversamente che a schermo, una gerarchia che regge sulla pagina può crollare su un oggetto tridimensionale, e un testo leggibile a monitor può diventare illeggibile alla dimensione di stampa finale. Un render dell’etichetta applicata sulla confezione vera (meglio se una visualizzazione 3D o un mock-up fisico sul contenitore esatto) intercetta questi problemi prima che i telai siano fatti. Il passaggio aggiunge 2-3 giorni alla tabella di marcia e di solito costa qualche centinaio di euro dal grafico. Saltarlo, soprattutto quando ti impegni con serigrafia o tampografia dove correggere costa caro, è il punto in cui si perdono più soldi evitabili.
In che lingua deve essere l’etichetta di un cosmetico per UE, USA e Gran Bretagna?
Ogni mercato ha le sue regole. UE: l’articolo 19, paragrafo 5, copre il contenuto nominale, la data di durata minima, le precauzioni particolari per l’impiego e la funzione, e la lingua di queste informazioni è determinata dalla normativa dello Stato membro in cui il prodotto è messo a disposizione dell’utilizzatore finale (la Francia vuole il francese, la Germania il tedesco e così via), mentre i nomi degli ingredienti restano in nomenclatura INCI di base latina. USA: tutte le informazioni obbligatorie in inglese, con poche eccezioni per Porto Rico, e se in etichetta compare una qualsiasi informazione in una lingua straniera, tutte le informazioni richieste dal FD&C Act devono comparire anche in quella lingua. Regno Unito: le stesse quattro indicazioni, più le informazioni di cui all’articolo 19, paragrafi da 2 a 4, devono essere in inglese in forza della regulation 5(3) delle Cosmetic Products Enforcement Regulations 2013, e l’elenco degli ingredienti resta fuori. Le etichette plurilingui per la distribuzione europea (5-8 lingue) sono la norma, mentre un’etichetta destinata agli USA deve tenere sotto controllo anche il testo decorativo non inglese.
Che obbligo c’è sull’indirizzo della persona responsabile in etichetta?
Ogni mercato vuole in etichetta il nome e l’indirizzo di un soggetto giuridico preciso, responsabile della conformità del prodotto, ma la definizione di quel soggetto cambia. UE: la persona responsabile deve essere stabilita nell’Unione, e in etichetta devono comparire il suo nome e un indirizzo europeo (con l’indirizzo presso cui la persona responsabile tiene il PIF a immediata disposizione messo in evidenza, se ne compaiono più di uno). Gran Bretagna: la persona responsabile deve essere stabilita nel Regno Unito e in etichetta deve comparire il suo indirizzo britannico, perché un indirizzo europeo non soddisfa l’obbligo della Gran Bretagna. USA: secondo l’FPLA e le regole FDA, in etichetta devono comparire nome e sede del fabbricante, del confezionatore o del distributore, con città, stato e codice postale. Con il MoCRA questo soggetto è la "Responsible Person" ai fini della registrazione del prodotto e della segnalazione degli eventi avversi. Un marchio che vende in tutti e tre i mercati ha bisogno di tre etichette conformi separate, o come minimo di tre varianti di indirizzo.
Quali sono gli errori di conformità più comuni sulle etichette dei cosmetici?
Ne tornano dieci, sempre gli stessi. Gruppo identità e mercato: l’indirizzo della persona responsabile UE sui prodotti destinati alla Gran Bretagna, il PAO al posto della data di durata minima sui prodotti stabili fino a 30 mesi, il formato ambiguo della data, e la funzione mancante sulle etichette UE o britanniche di prodotti che da soli non si spiegano, come sieri e fiale. Gruppo dichiarazione degli ingredienti: l’elenco ordinato per priorità di marketing invece che in ordine decrescente di peso, e i nomi degli ingredienti fuori dalla nomenclatura INCI. Gruppo Stati Uniti: i claim da farmaco sulle etichette cosmetiche americane, che trasformano il prodotto in un farmaco non autorizzato, e il recapito MoCRA per gli eventi avversi mancante sulle etichette USA che ne hanno bisogno, dato che i prodotti che sono anche farmaci da banco ne sono esenti per la sezione 613. Gruppo claim e leggibilità: il "cruelty-free" usato senza una definizione regolatoria alle spalle, e i corpi di testo troppo piccoli per i requisiti di leggibilità. Tutti e dieci si evitano con una revisione di conformità prima della stampa, fatta da un consulente regolatorio qualificato o dalla persona responsabile, più un render dell’etichetta sulla confezione vera prima di impegnarsi con la produzione.
L’IA ha transcreato questa pagina a partire dall’originale in inglese, e controllato i termini regolatori sulla versione ufficiale del regolamento in italiano. Leggi l’originale inglese
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